Usain Bolt
Usain Bolt

(da vinonuovo.it) Hanno avuto il loro tempo per gridare su internet che Usain Bolt, il più forte di tutti, è devoto alla medaglia miracolosa. E che si fa pure il segno della croce. E che ringrazia Dio per i successi, caro ragazzo. Sono poi bastate le foto dei festeggiamenti del campione, che in patria aveva la sua fidanzata ma in camera da letto una ventenne conosciuta pochi istanti prima, e le valanghe di richieste alla Bbc di non censurare le testimonianze di fede del fuoriclasse giamaicano sono leggermente diminuite.

Brutta abitudine, quella di tirare per la giacchetta (o per la tuta, in questo caso) il medagliato di turno – dal quarto posto in giù non interessano – facendolo passare a tutti i costi per un novello apostolo. Incuranti del pericolo, alcuni siti di ispirazione cristiana si sono dati all’affannosa ricerca del segno di croce del campione, o di un pretesto qualsiasi per dire che sì, “anche lui è dei nostri”, o qualcosa del genere. Spunta così la medaglietta miracolosa di Bolt, per lui più importante di qualsiasi trionfo olimpico, ci veniva assicurato citando fonti imprecisate e portavoce evidentemente troppo timidi per poter rivelare i loro nomi agli attenti cronisti.

Ma i selezionatori della squadra dei cristiani non si accontentano dell’uomo più veloce del mondo. Ecco allora la ginnasta statunitense Simone Biles, che “recita il rosario e va a messa” (e fanno altre quattro medaglie d’oro e una di bronzo) e il nuotatore Michael Phelps che ha ritrovato la fede e abbracciato la famiglia, ma purtroppo non è cattolico e quindi non vale… E la sprinter Allyson Felix? Crede in Gesù, dice, ma è battista. E via andare.

Forse avranno pure una fede profonda, o forse no. Certo non lo possiamo sapere da un gesto: ogni domenica non mancano i calciatori che entrano sul terreno di gioco guardando verso il cielo, ma un istante dopo non vedono l’ora di spezzare la gamba all’avversario. C’è un po’ di tutto e del contrario di tutto, anche se qualcuno, per semplificare la realtà, tende a distinguere il mondo – pure quello sportivo – tra credenti e infedeli.

In effetti, alla fine dei conti, a stupire è questa caccia al campione cristiano, da mettere sul piedistallo. Come se mancassero testimoni all’altezza (e ce ne sono, anche nello sport, come la saltatrice Blanka Vlasic, per restare a Rio). Lasciando poi l’impressione, orribile, di voler stabilire una relazione tra fede e successo sportivo. Se Bolt è un raffinato teologo e intende farcelo sapere, ce lo dirà, magari scomodando uno dei suoi anonimi portavoce. Nel frattempo, tranquilli, vince e festeggia come vuole.

Lorenzo Galliani

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