don Luigi

Jonathan Edwards, il campione del salto triplo, ritiratosi già da qualche anno, rivela di essere diventato ateo. Lui, figlio di un pastore anglicano, che legava fede e sport tanto da rifiutarsi di gareggiare una domenica perché “giorno del Signore”, durante i mondiali di Tokyo del 1991.
A 44 anni, dichiara tranquillamente: “Ah, sono ateo”. Ora si dice convinto dall’evoluzionismo e aggiunge: “come potevo credere all’esistenza di un essere superiore che ha creato l’universo? Non c’è prova. Sono stupito dalla mia ingenuità, anzi dalla mia fesseria”. Attribuisce questo errore di prospettiva alla dedizione per lo sport, che “rimpicciolisce tutto”: è “un piccolo mondo con le sue certezze” nel quale “ti restringi i confini”. “In più se vuoi arrivare in alto devi avere fede” afferma Edwars, “Devi credere a qualcosa e a qualcuno. Consacrarti. È una forma di doping naturale. Non puoi essere libero”.
Dopo aver smesso con lo sport, iniziando a fare altre esperienze, l’ex atleta è passato all’ateismo: “Il mondo si è allargato, non l’avevo mai visto così. Mentre giravo dei documentari sulle chiese e su San Paolo mi sono venuti dei dubbi: non sarà che la Chiesa offre false promesse?”. Edwards chiarisce: “Non mi sento un traditore, né ho sostituito la fede con altro, non sono disperato, non mi sono dato al buddismo. Ho solo aperto gli occhi”. Sicuramente ha tenuto aperti gli occhi della mente ma chiuso quelli della fede; eppure forme di religiosità palese o occulta lo sport le ha sempre avute. Che siano sempre tutte funzionali al risultato agonistico? Cosa pensate quando, con una velocità che supera il miglior Usain Bolt, un calciatore si fa un segno di croce entrando a partita iniziata il più delle volte ripetendolo repentinamente quasi fosse un amuleto, o quando, dopo un gol, si alzano le dita al cielo in segno di riconoscimento; già il buon Mennea aveva iniziato questa rituale celebrazione. Il dibattito è aperto: la fede fa funzionare lo sport o lo sport funziona anche con la fede?

CategoryGiro di Chiampo
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