don Luigi Chiampo

di don Luigi Chiampo

Durante una “predica” recente mi sono tornati alla mente i funerali che ho fatto, in questi 30 anni, a giovani e in modo ancor più straziante a bambini. Ho ripensato a quel padre che ha spaccato un vetro con il pugno alla notizia che la sua figlia unica di 20 anni aveva terminato la sua corsa esistenziale contro un muro, o quello che, saputo del figlio morto allo stesso modo, appena mi vede entrare in casa mi si scaglia contro vedendo in me quel Dio che ha fatto morire suo figlio. E ancora quelle madri di Marco e Diego, 3 e 5 anni, morti di tumore. Se a malapena riusciamo ad accettare la morte di un marito, moglie, padre, madre e per queste occasioni coniamo anche delle frasi celebri: “Ha finito di soffrire”, “era avanti con gli anni”, “la vita è una ruota che gira”, “siamo nati per morire”, e molte altre; ma la morte di un figlio no! Non si accetta mai e non c’è mai una frase che accomodi il cuore, non c’è dolore umano più grande di questo. Nelle letture bibliche vi erano due esperienze di morte: erano entrambi giovani, figli unici, con madri vedove: che dire! il massimo della scarogna! O forse il massimo del dolore che ci chiede ancora di credere a Gesù che è il Signore della vita e della morte e ci ricorda che se non riusciamo a dare un senso alla morte non riusciremo mai a dare un senso pieno alla vita. Quante volte avremmo voluto un Gesù che facesse risorgere le persone amate, soprattutto se figli, e quante volte l’abbiamo chiesto nella preghiera, come ha fatto Elia, ben consapevoli che non saremmo stati esauditi, o a Dio abbiamo innalzato un grido di rabbia con i nostri perché mai soddisfatti. Ci viene chiesto di essere “intermediari”, come Elia, tra il dolore e il senso, sapendo vincere le remore e paure che ci impediscono di essere presente alla porta di chi soffre, nel silenzio della presenza che penetra il mistero. Al capezzale del nostro dolore ci ricordiamo ancora adesso chi era presente, anche se non ricordiamo che cosa ci ha detto. Ho visto genitori che, oltre perdere il figlio, hanno perso anche la fede: non ho più nulla né amore, né senso, terribile!, e altri riacquistarla come quel papà che mi aveva aggredito alla morte del figlio due anni dopo pregava con me e con 10 genitori con lo stesso dolore in una Messa celebrata a casa sua.
A fine predica mi è venuto in mente Luca, atleta diciottenne che sognava la maratona; muore in un incidente nel 1986, figlio unico di un imprenditore. Il suo cuore donato sostituisce quello malato di Saverio, 44 anni ferroviere con la passione del pallone, che durante una partita di calcio ha l’ennesimo infarto. Dopo l’operazione Saverio cerca di capire chi è il “salvatore” della sua vita e arriva nella stanza di Luca, vede un manifesto della maratona di New York appeso al muro e apprende dalla madre che quello era il sogno di Luca. Saverio si prepara con dedizione e l’anno dopo corre la maratona di New York piazzandosi al 20221 posto col tempo di 5 ore e 34 minuti.
Il Signore della vita continua ancora a generare risurrezione, anche in questa esistenza terrena.
Questa storia è diventata film: “Oggi ho vinto anch’io” del 1990, regista Lodovico Gasparini, con Franco Nero. Saverio è poi morto nel 2000, ma la sua lezione continua a dirci molto, ancora oggi.

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