Olimpiadi

di don Luigi Chiampo

Il ciclista britannico Chris Froome, ribattezzato tris Froome dopo il terzo Tour de France vinto, nella premiazione ai Campi Elisi a Parigi ha voluto donare simbolicamente la sua maglia gialla di leader della corsa a tutta la Francia, colpita più volte da atti terroristici, ultimo a Nizza proprio durante la corsa gialla. Un bel gesto e belle parole che ci fanno ricordare come lo sport possa essere un collante che unisce i popoli di fronte alla follia omicida di chi vuole dividerli. Se è sempre più difficile vedere integrazione nelle varie forme di religiosità mondiale, dove la fede più che un dono di fraternità universale è motivo di intransigenza e violenza, come cristiani abbiamo ancora
il coraggio di dire che non siamo solidali per mostrare la nostra bontà, non siamo caritatevoli per mettere in luce la povertà dell’altro ma siamo fratelli perché figli di uno stesso Padre? Un Dio partigiano è la morte di Dio e agire in suo nome per le nostre vendette è la sua crocifissione. Non siamo mai riusciti a dare un simbolo di fede che sia stato veramente accettato, ci danno fastidio i crocifissi negli ambienti pubblici o le mezze lune sulle bandiere. Lo sport riesce ad avere un simbolo che unifica, almeno ogni quattro anni, nella bandiera Olimpica, voluta dal fondatore del movimento olimpico moderno il Conte De Coubertin nel 1914 con questa motivazione: “La Bandiera Olimpica ha un fondo bianco, con cinque anelli intrecciati al centro: azzurro, giallo, nero, verde e rosso. Questo disegno è simbolico; rappresenta i cinque continenti abitati del mondo, uniti dall’Olimpismo; inoltre i sei colori sono quelli che appaiono fino ad ora in tutte le bandiere nazionali”. Inizialmente i cinque cerchi erano messi intrecciati uno di fianco all’altro, in un secondo tempo in cerchio con un intreccio più forte tra di loro.
Il bianco è il colore della trasparenza, di uno sport pulito che sa ancora stringere la mano dopo aver tagliato il traguardo.
Il rosso ci ricorda il sangue, i tanti sacrifici in lunghi e nascosti allenamenti, la lotta e la passione di una competizione dove alla fine sai ancora complimentarti per la vittoria dell’altro.
Il blu ci apre a un cielo dove le divinità non si fanno la guerra e dove l’agonismo non trafigge l’altro con un colpo di fioretto; ma ci dona serenità, gioia ed allegria dello stare insieme.
Il verde è il colore della natura, dell’attesa frenetica di una finale, della speranza anche dopo una sconfitta, credendo che il futuro è denso di resurrezione.
Il giallo è il sogno di ogni sportivo di avere al collo l’oro del successo, i fiori gettati al pubblico, una lacrima alla bandiera che si innalza sul pennone e la foto ricordo con chi è arrivato dopo.
Il nero è la tristezza che fa parte della vita, di uno sport dopato, di un attentato olimpico vecchio di 40 anni eppure sempre attuale, di super potenze che si fanno la guerra dicendo: “io alla tua olimpiade non vengo”.
Allora anche il nero troverà la sua accettazione solo se mescolato con gli altri colori e non dipinto su una sola bandiera.
Che le Olimpiadi, d’ora in avanti, ci facciano riscoprire che siamo veramente tutti fratelli, sia chi gareggerà sulle corsie dell’Olimpo, sia chi ha trovato la morte bambina sotto le ruote di un tir a Nizza come sotto le bombe ad Aleppo. Potremo ridipingere la vita.

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