Mika Aaltonen
Mika Aaltonen

Se ti chiami Inter e a batterti a San Siro è il Turun Palloseura, modesta squadra finlandese, hai due possibilità: ammettere di essere stato scarso, o autoconvincerti che fra i tuoi avversari ci sia il grande campione di domani. Così, almeno, ti senti giustificato. Mika Aaltonen, onesto centrocampista scandinavo, scoprì di essere diventato un fenomeno. Non che fosse scarso, per carità, ma da cinque anni giocava nella squadra di Turku, che sarebbe arrivata terza nel campionato finlandese dietro l’Hjk Helsinki e il Kuusysi Lahti (certo non delle corazzate a livello europeo), e non lo aveva notato nessuno. Poi indovinò il tiro che va in rete una volta su mille, ma quella volta fu proprio contro l’Inter: una fucilata da trenta metri, Zenga battuto e tutti gli altri a guardare. Pochi mesi dopo – marzo 1988 – Mika indossava già la maglia nerazzurra. Per lo sconforto di Trapattoni, che invitò il ragazzo a farsi le ossa altrove, cioè a starsene lontano in attesa di tempi migliori che non sarebbero arrivati. Serie B svizzera, al Bellinzona (non proprio il massimo per un baby fuoriclasse), poi  riserva delle riserve al Bologna, dove giocò tre spezzoni di partita, tutte perse. Più tardi, da nazionale finlandese, affrontò l’Italia di Sacchi: sconfitta pure quella, ma con qualche giustificazione in più. Finì nella seconda squadra dell’Herta Berlino, Mika il biondo, e presto appese al chiodo scarpette mai troppo consumate. Qualcuno disse che contava più esami universitari sostenuti che partite giocate. Era così. Oggi Aaltonen è direttore di un gruppo di ricerca dell’Helsinki University of Technology, è un economista affermato, studia il concetto di “multi-ontology”, qualcosa che sembra avere a che fare con l’utilizzo di diverse concezioni della realtà allo stesso tempo. Forse in un mondo parallelo c’è un Aaltonen che quel gol non l’ha mai fatto, salvandosi così dall’essere considerato salvatore della patria prima, e bidone poi. Forse esiste anche un mondo dove non definiamo mai insormontabili degli ostacoli che erano alla portata, dopo un evitabile capitombolo.

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