Ronaldinho ai tempi del Barcellona

«Più forte, più forte». Parlare non basta: devi urlare, e se c’è un tocco di arroganza ancora meglio. Altrimenti non ti sente nessuno. Dicevano – e dicono – i maestri ai bambini: «Se volete intervenire, alzate la mano e aspettate il vostro turno». Formeranno migliaia di ragazzi che, in coda da ore, verranno superati da Suv maleducati in corsia d’emergenza. Bell’affare. «Più forte, più forte». Così dice il regista tv a Ronaldinho. È il 2004: Santiago de Compostela, come in ogni tempo, è mèta di pellegrini che si sono lasciati alle spalle il cammino. Un flusso continuo di fedeli con la fatica nelle gambe e una luce nel cuore. Per una volta, però, Santiago è anche la location di uno spot, quello della Liga, il massimo campionato spagnolo. E il testimonial scelto è lui, il dentone brasiliano che ha appena iniziato a mostrare nel Barcellona il suo fútbol tutto fantasia. Con il pallone inizia a fare il giocoliere: certo gli riesce bene. Poi gli dicono di calciare. Anzi, meglio che faccia una rovesciata, è ancora più spettacolare. Ciak, motore, azione. Per il talento brasiliano è un gioco da ragazzi. Ma non basta. «Più forte, più forte», suggerisce il regista. Dinho ci riprova, ma il risultato non sembra ancora soddisfacente. «Più forte, più forte». Il campione lancia il pallone sopra la propria testa, salta – sbilanciando il corpo all’indietro, come fa in questi casi – e dal suo piede parte una bordata. Stavolta non c’è dubbio: il tiro è davvero forte. Il pallone vola lontano… e colpisce un vetro della cattedrale, rompendolo. Il tutto sotto gli occhi di decine di curiosi, e di fedeli che – dopo centinaia di chilometri di pellegrinaggio – si ritrovano ad assistere, invece che ad un momento di riflessione, al disastro combinato dal fuoriclasse sudamericano. Un pasticcio, ma due buone notizie. La prima: il vetro è di poco valore, poteva andare molto peggio. La seconda: la regola del “vince chi urla di più” non vale poi sempre. Anche in una società a mille decibel, dove la buona educazione è spesso confusa con inettitudine, ci si accorge a volte della bellezza di vivere riconoscendo i propri limiti. Perché il troppo stroppia. O almeno rompe un vetro in mille pezzi.

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